sabato 26 febbraio 2011

Blu di prussia.

Mentre li sento annegare, so che non posso fare niente per evitarlo.
So che una fine mi sta accadendo dentro, un'altra, l'ennesima.
E non sarà diversa da quelle che ho già ingoiato.
Anche questa storia la inghiottirò per abitudine.
Mi sento millenni sulle spalle e da troppi anni non mangio più per fame.
Non sono mai stato così vicino alla terra prima d'ora.
Questo agosto che si chiude e pare già settembre mi precipita addosso un odore di morte che tutto il mio sale, il sale che mi gorgoglia nella pancia, fa sanguinare e poi cicatrizza.
Provo a distendere le braccia, le gambe, tutto il mio corpo steso in una parete orizzontale.
Scosso da scariche di formicolii come cattivi presagi, resto calmo.
Piatto.
Oggi neanche una tempesta di vento riuscirebbe a spettinarmi.
A spingermi in una direzione diversa, a cambiarmi forma, a farmi secco, innocuo.
A farmi evitare l'inevitabile.
Oggi assecondo il corso degli eventi.
Oggi guardo la morte in faccia e decido che va bene così.
Decido che anche questo vuol dire essere umani.
E che mai come oggi io sono un uomo.


Clara non aveva mai avuto paura dell'acqua.
La prima volta che Giorgio la vide ero dappertutto sopra di lei.
Sgocciolavo appeso ai suoi capezzoli turgidi, scivolavo lungo i suoi fianchi succosi, mi intrufolavo tra le sue cosce sode, mi arrampicavo tra le trame sottili dei suoi capelli neri.
Neri come lo sono anche io adesso.
Neri come può esserlo il sangue, alle volte.
Clara era completamente nuda, il corpo adagiato contro una roccia lontana dalla riva, nascosta dietro il forte. La testa rovesciata all'indietro, la bocca deformata da un ghigno di piacere, mentre con la mano giocava a cercarsi tra le pieghe della sua fica. E io le entravo dentro, con tante piccole onde abbarbicate sul contorno della roccia che andavano e venivano da lei.
E quando il suo corpo tremava in preda agli ultimi spasmi convulsi, lasciavo che la mia spuma si sporcasse del suo sapore agrodolce, che mi stuzzicava il palato di limone e di miele.
Appena si accorse che Giorgio le si era seduto accanto, gli lanciò un sorriso divertito, lo tirò a sé e percorse con la lingua il contorno della sua bocca con una dedizione appassionata, che mai come in quel momento ho desiderato essere un uomo, altro da me, dal mio corpo immenso, sformato, senza voce. Dal mio essere mare destinato solo a scorrere senza potersi mai fermare in un punto, a non avere confini, a non aver diritto a una morte o a una donna da fare propria sopra un pezzo di terra.
Giorgio si innamorò perdutamente di Clara.
Avevano vent'anni e non sapevano il tempo che passa.
Nei loro movimenti l'uno verso l'altra erano sospinti da venti di fortuna, che per voglia del caso li facevano vicini, stretti a tal punto da farli credere indispensabili.
Io, che sempre sono stato uno, non conosco il due.
Ma spesso mi è sembrata soltanto una guasta proiezione dell'uno.
Un'asimmetria che si sdoppia e non si ricompone.
Ma gli umani lo imparano e lo dimenticano, così come imparano e dimenticano la morte.
Perché del due hanno bisogno, ma ne soffrono la gabbia.
Per Giorgio il mare era tutto, il blu era finito per diventare un modo di sentire, un filtro per riconoscere le cose. Nel blu aveva trovato il ritmo del suo respiro, senza scadenze, orari, obblighi. Clara era fatta di terra e di sabbia che s'attacca alla pelle e l'arroventa. Dell'acqua no, non aveva paura, ma il mare è come il deserto e non ha strade a senso unico, che per male che vada si possa tornare indietro. Il mare non ha edicole, palazzi, numeri civici.
Non rassicura e non consola, smarrisce il tempo e lo spazio e crepa tutti i punti cardinali.
E' quanto di più vicino all'inarrestabile accadere delle cose.
Da quando si sono sposati vedo Giorgio sempre più spesso solo.
Salta sulla barca e prende il largo.
A volte parla tra sé e sé. A me piace immaginare di essere chiamato ad ascoltare.
Dice che Clara negli ultimi anni è diventata un'estranea.
Non vuole mai avvicinarsi all'acqua, neanche per bagnarsi le caviglie.
Mi manca la pelle di Clara, dio se mi manca.
Quando è estate, Clara lascia che i bambini entrino in acqua con Giorgio.
Mai senza braccioli o ciambelle.
Lei resta sulla riva, in attesa, gli occhi dilatati dall'angoscia.
Clara è diventata tutta paura, ha dimenticato la vita, ma non accetta la morte.


Oggi, appena aperti gli occhi, ho ingoiato in un colpo di tosse lo stupore.
Ho sentito un brivido di freddo verso riva.
Giorgio si stava avvicinando piano, a bordo della barca a remi.
Ma non era solo.
Accanto a lui i suoi bambini, bagnati da un sole scandalosamente bianco.
E' arrivato fino all'altezza del forte, proprio a fianco alla roccia dove dieci anni prima aveva conosciuto Clara, quando in lei gli era capitato di perdersi.
Subito dopo ha messo addosso ai bambini due cappotti di lana pesanti.
Le tasche erano piene di sassi.
Se li è stretti forte al petto, carezzando i loro capelli neri, poi li ha immersi nell'acqua.
Io, di quel momento, ricordo solo lo sguardo di Giorgio.
Che sapeva che quella morte non sarebbe bastata.
Ma io sono nient'altro che il mare.
E il mare è acqua nei polmoni.
E oggi mi sento mille anni addosso.
Così non mi muovo e inghiotto.

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