mercoledì 2 giugno 2010

Perché l'inedito di Nick Corey non deve rimanere inedito.


Quando Zannoni mi ha inviato una copia del suo nuovo lavoro, ancora inedito, "Le cose di cui sono capace", mi ha scritto una breve ma esaustiva premessa, che suonava all'incirca così: " E' la prima volta che mi invento tutto di sana pianta. Finalmente ce l'ho fatta, cazzo."

Il che credo meriti qualche minuto di riflessione.
Giocare con la vita reale e ricamarci su può essere uno dei modi di raccontare una storia. Cosa che richiede ad ogni modo un certo stile. Non basta aver vissuto a perdifiato e controvento per poterci scrivere un romanzo, serve anche una stoffa per parare i colpi che l'esperienza non ti può regalare.
Un altro modo per raccontare una storia è inventarla. Tutta di sana pianta.
Una storia che non abbia alcun punto di contatto con la realtà che si conosce la si deve immaginare.
Creare dei personaggi, ambientazioni nuove, una sceneggiatura che non è ancora stata vissuta, perciò è tutta da scrivere. E' un salto nel vuoto, da una parte. Una sfida alle tue capacità, per tastare con mano i limiti del tuo talento, per sentire se in qualche punto della strada la tua storia puzza troppo della vita che ti si è ammucchiata addosso o zoppica un pò tra quelle righe tutte bianche che non sai proprio come riempire, tanto che alla fine ci attacchi su gli stessi scatti che sono appesi alle pareti della tua stanza.
Quello che sorride lì sul foglio sei tu e non ti nascondi neanche tanto bene.
Ecco, invece Zannoni questa volta ce l'ha fatta. A inventarsi tutto di sana pianta, ma ce l'ha fatta mettendoci del suo, chiaro. E se c'è una cosa che non posso non apprezzare in uno scrittore oggi è la capacità di essere originale nei piccoli dettagli, trovare il punto di fuga giusto che gli permetta di battere la ritirata dalle etichette più comuni, dalle definizioni di genere, dai parametri standard della critica.
"Le cose di cui sono capace" è un tipico racconto americano, molto alcolico, di quelli con tanto sesso e troppe parolacce.
L'idea originaria di Zannoni era di buttar giù un omaggio a "Colpo di spugna" di Jim Thompson, un americano troppo nero per essere solo noir. Il protagonista del romanzo - o per meglio dire dei due romanzi paralleli - è Nick Corey, lo pseudonimo con cui Zannoni si presenta in giro per il web da qualche mese a questa parte. Perché è sempre il solito megalomane e un'identità sola non gli basta.
Thompson gli avrebbe detto che per essere un cazzo di omaggio era scritto troppo bene, però che la smettesse di usare il nome del suo amico che tanto - cosa credeva - avrebbe comunque fatto la fame, gli avrebbe ridato indietro il libraccio senza salamelecchi e poi ci si sarebbe ubriacato insieme, che è comunque un gran modo di dire grazie.
Perchè alla sua maniera Zannoni dimostra che le cose di cui è stato capace questa volta non sono roba da tutti.
Il primo colpo di genio del nostro uomo dall'identità variabile sta proprio in questo: nell'essere riuscito a intrecciare i vari passaggi in modo tale da mostrare al lettore come lo sceriffo Nick Corey non sia altro che il risultato di un processo di americanizzazione di Nicola Coretti, cambiando quindi il background di base del personaggio e trasferendolo in un contesto diverso dall'originale.
Il secondo colpo di testa è di aver ripreso la struttura del romanzo americano sullo stile di Lansdale e Leonard, spesso troppo standardizzato e seriale, e di averlo sabotato dall'interno.
E' una critica sottile, quella di Zannoni.
Una buona lezione contro il rischio della ripetitività e della monotonia che spesso fanno di uno scrittore un autore di bestsellers a tiratura illimitata.
Non ha scelto di criticare da fuori.
Ha preso il noir americano e l'ha scrollato dalle fondamenta. L'ha smontato pezzo per pezzo. Battuta dopo battuta. Scena dopo scena. Senza esporsi mai più del dovuto, giocando d'azzardo in sottobanco. Tutto è così esasperatamente americano che non ti verrebbe mai in mente, abituato come sei a veder circolare certo materiale in giro, che questo piccolo gioiello intriso di Texas, deserto e di puttane sia una squisita presa per il culo del genere stesso a cui appartiene.
Zannoni ha preso i suoi personaggi, tutti nati e vissuti da bravi americani. Abituati a pensare che niente sia impossibile solo perchè sono cresciuti America, la terra del grande sogno e dell'enorme incubo. Ha pensato di disegnare bene questi figli di puttana ad uno ad uno, di farli ritrovare di punto in bianco in mezzo a un inseguimento all’ultimo secondo o a una sparatoria mortale e magari è riuscito anche a farli uscire vivi e senza troppi graffi. Imperfetti sì, quello è imprescindibile. Altrimenti non sarebbero vivi.
C'è questa scena, per dirne un’altra, in cui Corey e il suo amico Rudy stanno pisciando tra le rose di Reyna, la moglie di Rudy, una iena rapace, sempre lì a sputare e ingoiare veleno, a prendere a morsi anche l'aria- allora c'è questa scena in cui i due malcapitati vedono arrivare una macchina al rallentatore verso di loro. E da qui il riferimento parte automatico. I due sbandati dei fratelli dei Coen e Bridges, nella regolare tenuta accappatoio e mutande intento a giocare a bowling tra un white russian e un altro, si mettono di traverso tra le battute per rendere la scena esilarantemente americana, mentre Jeff continua a darsi a fuoco all'accappatoio con la sigaretta accesa.
Il terzo motivo per cui un romanzo così dovrebbe stare sotto il vostro culo adesso è che tutto quello che è venuto fuori da questo sabotaggio clandestino è l'amore.
Perciò Zannoni non si limita a riutilizzare il modello americano, esasperando i suoi cliches, tratti distintivi e le sue tematiche feticcio, ma ci lascia anche la firma. Una qualche puttanata la doveva sparare e la spara lì, come da copione. Quello che viene fuori da qui, invece, è un uomo vero, in carne ed ossa, irrimediabilmente innamorato. Non un eroe da missione apocalittica. Uno che corre sul filo del rasoio, sì, che sfiora la morte allo scoccare del secondo, ma sempre per una donna o per quel buon diavolo di Rudy, che qualcuno lo dovrà pur aiutare.
E uno sceriffo, diamine, dovrà pur darsi un tono. Prima o poi.

Nessun commento:

Posta un commento